APPUNTI ON LINE DI IZIO

UNA SORTA DI "VARIE ED EVENTUALI" DELL'AGENDA DELLA MIA GIORNATA... UN INSIEME DI APPUNTI DI NAVIGAZIONE...
mercoledì, 14 gennaio 2009

IMMENSAMENTE PICCOLI


Riporto sotto un articolo trovato nell'inserto domenicale del "Sole 24 ore".
Non ho mai fatto l'esercizio di trasferirmi mentalmente su un astro del firmamento (vedi articolo sotto), ho trovato comunque sempre antipatico quell'eccessivo "antropocentrismo" di alcune religioni e di talune filosofie nonché di un certo sentire comune.
Mi piace pensarmi come un essere immensamente piccolo che non sfugge alla vita e alle responsabilità.


***

La saggezza è un volo stellare (Armando Massarenti - Filosofia minima)

Esattamente quarant'anni fa veniva scattata la prima foto della Terra vista dalla Luna. È un'immagine che ancora ci emoziona. Ma forse oggi il nostro pianeta, visto da lontano, e confrontato con l'immensità di un universo che ci è sempre più visibile, ci appare ancor più fragile e minuto di allora. Ed è un bell'esercizio vederlo così. Serve a ridimensionare un po' le nostre borie quotidiane, e a vedere noi e il mondo con un po' più di umiltà. Come ci hanno invitato a fare tre grandi pensatori della modernità, Galileo, Darwin e Freud, facendoci perdere rispettivamente il senso della centralità della terra nell'universo, della specie umana rispetto al vivente, e della coscienza nella nostra mente.
Ma in realtà questo è un esercizio - un "esercizio spirituale", direbbe Pierre Hadot - ben più antico. Era uno di quelli che le scuole ellenistiche praticavano per raggiungere la tranquillità dell'animo. Anche quando si dedicavano allo studio della natura, o contemplavano l'incessante trasformazione degli elementi, in realtà, accanto all'intento conoscitivo, ne coltivavano uno "pratico", che finiva anzi per divenire preponderante fino a orientare la scelta stessa di vivere una vita da filosofo, cioè una buona vita. Si esercitavano, in altre parole, a valutare le circostanze umane da un punto di vista cosmico. Uno degli esercizi più belli era proprio quello che consisteva nel compiere dei "voli stellari" con l'immaginazione. Ci si trasferiva mentalmente su astri lontani dai quali la piccolezza della Terra e l'insignificanza delle vicende umane apparivano in maniera chiara e inequivocabile. Ovidio li descrisse così: «È una gioia viaggiare nel firmamento stellato e, lasciata la terra e le sue regioni alle spalle, viaggiare sulle nuvole... e vedere, lontano in basso, gli uomini vagare senza fine, privi di ragione, ansiosi e impauriti nell' aldilà...».
L'imperatore Marco Aurelio amava praticare questo esercizio ogni giorno. Insieme all'ex-schiavo Epitteto è il capostipite della scuola stoica. Un imperatore e uno schiavo, egualmente fragili, umani, nonché maestri della medesima saggezza? Anche questo dovrebbe aiutarci a ridimensionare molte cose.
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categoria: riflessioni


venerdì, 19 dicembre 2008

LO STRUGGIMENTO


Ho ascoltato qualche giorno fa una puntata di "Damasco" una trasmissione di rairadiotre con ospite Antonio Scurati.
Scurati ha presentato alcuni libri di Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald.
Alcune opere dei due ("Le nevi del kilimangiaro" e "Morte nel pomeriggio" di Hemingway e  "L'incrinatura" di Fitzgerald) hanno offerto lo spunto per alcune considerazioni interessanti.
In particolare Scurati ha parlato del sentimeto dello "struggimento" ("la nostagia per esperienze che si sarebbero volute vivere e che mai si vivranno").
Singolare il fatto che proprio Hemingway (celebre per la frase "prima vivi e poi scrivi") offra, con le opere sopra citate, lo spunto per parlare dello struggimento, che è comunque qualcosa di più di un sentimento ma è, secondo Scurati, fondamento dell'estetica letteraria: la letteratura è amare una vita straniera, una vita che non si muove nella nostra direzione.
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categoria: riflessioni, letteratura, leggere e scrivere


giovedì, 16 ottobre 2008

TRASCENDENZE

In rete, ho letto in queste ultime settimane molte notizie e molti commenti riguardo all' "ondata" razzista.
Riporto sotto due scritti: quelli che più mi hanno colpito.
Non aggiungo parole... o mi aggiungo a coloro che rimangono senza parole.

Da tempo sto riflettendo su come le "barriere", i "confini"...operano sulle coscienze...
Viviamo con le categorie dei "noi" e degli "altri" o forse meglio dell' "io" e degli "altri".

Storicamente la specie umana si è interrogata (e si interroga) circa l'esistenza o meno di divinità che la trascende.
Una trascendenza verticale.
Ma spesso ci si dimentica che anche l' "altro" - colui o colei che ci sta accanto quotidianamente - ci trascende, va oltre noi stessi, ci supera...
Forse, a volte bisognerebbe partire da cose più terrene...da trascendenze orizzontali  (chiaramente una riflessione in questa direzione non esclude l'altra !)...


***


Addio Abdul già dimenticato al funerale (di PIPPO DELBONO)

Questa mattina mi sono svegliato presto e mi sono vestito elegante per andare a Cernusco sul Naviglio al funerale di Abdul Graibe detto Abba, nero, morto ucciso a Milano. Per un piccolo furto, rincorso e bastonato a morte.
Non vado mai ai funerali delle vittime famose, ai funerali degli artisti importanti, dei caduti per difendere la patria, non sono andato alla passerella di lutto dei morti della ThyssenKrupp. Ma questa mattina ho deciso di andare. A Cernusco sul Naviglio, un paesino nell’hinterland milanese. In una giornata di pioggia. Arrivato lì, vedo con sorpresa che c’è poca gente. Per la maggior parte neri. Vicino alla bara di Abdul i parenti, gli amici, qualche bianco. Alcuni piangevano, altri guardavano con gli occhi vuoti il feretro. Ho cercato le corone di fiori. Erano quattro, o forse cinque. Piccole. Una di un gruppo di donne, una della Provincia di Milano. Basta. Non c’era nessun’altra corona. Di Comune, Stato, Chiese, Sindacati, Comunisti.
La sala che ospitava il feretro, una sala auditorium quasi vuota. Litanie come lamenti, cantati con discrezione, forse per non irritare i laboriosi vicini milanesi. Un uomo, che poi ho capito che era il padre di Abdul, accoglieva le persone, sorridente. E ringraziava. Un altro uomo vicino a lui, più giovane, il viso disperato dove si vedeva la rabbia. C’era qualcosa di antico, di poetico, di unico, di straordinario in quel commiato delicato che non voleva fare troppo rumore. Non ho visto nessun politico importante, nessun prelato importante, nessun artista importante, nessun giornalista importante.
Qualcosa come una rabbia mischiata al pianto mi è salita nell’assistere al funerale di quel martire negro, diverso da quelli bianchi onorati e rimborsati vicino ai quali i nostri fantocci politici si fanno volentieri vedere con gli occhi rossi. Quelle poche persone presenti salutavano e abbracciavano la famiglia come se stessero entrando nella loro casa. C’era in quell’atto di commiato funebre una bellezza, una poesia, una sacralità che è ormai impossibile vedere nel mio Paese. Volgare, fascista, razzista. Mascherato da finto cattolicesimo, finto comunismo, finto pietismo. All’uscita su un piccolo quaderno ognuno scriveva il proprio nome, o un saluto a questo uomo ucciso dalla volgarità e dimenticato.
«Ciao Abdul e scusami per questo paese di m.», gli ho scritto io. A poco a poco l’esiguo corteo si è avvicinato in silenzio alla bara. Il padre di Abdul restava lì fermo con gli occhi lucidi e il viso sorridente, portando una dignità più forte del suo dolore. E prima di salire su una macchina, quasi come un ultimo regalo sublime di civiltà, libertà e saggezza a quei pochi presenti, con un dolce sorriso ci ha detto: «Grazie a tutti, l’affetto che mi dimostrate in questo momento serva a una giustizia vera». Grazie al papà di Abdul, grazie a Abdul, che mi avete regalato in questa giornata grigia, triste, drammatica, scandalosa di inizio autunno, uno squarcio di luce.



***


Sono la mamma di due figli adottivi. Il secondo è un peruviano, ora 12enne, entrato nella nostra vita all'età di due anni. Non mi ha mai sfiorato, nemmeno per un momento, (e mi creda, non solo perché è mio figlio) l'idea che fosse un diverso perché ha la pelle più scura della nostra, perché ha il taglio degli occhi diverso dal nostro o perché crescendo ha una corporatura diversa da quella dei suoi coetanei. E stupidamente (ora me ne rendo conto) pensavo che anche gli altri la pensassero come me. Invece mi ritrovo, dopo 10 anni dalla sua adozione, ad avere paura per lui. Paura quando esce da scuola, paura quando va al parco con gli amici, paura che possa essere vittima di qualche discriminazione o, ancora peggio, di violenze.

Questa la lettera di Nadia inviata a Repubblica.


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venerdì, 11 luglio 2008

CHI HA UCCISO ALFREDO ZARDINI?

Francamente, non conoscevo la vicenda di Alfredo Zardini.
Ho avuto modo di saperne qualcosa ascoltando una trasmissione radiofonica.

"Era un operaio veneto, aveva lasciato Cortina d'Ampezzo per cercar fortuna in Svizzera e fu ammazzato a pugni e calci in un bar di Zurigo da un razzista che urlava «torna a casa tua, bastardo italiano!» Scaraventato agonizzante nella neve, restò lì due ore senza che uno solo dei clienti che andavano e venivano si chinasse a soccorrerlo. All'arrivo dell'ambulanza era morto. Al processo, il suo assassino venne condannato a 18 mesi di carcere. Erano gli anni Settanta. E Zardini era solo l'ultimo di una lunghissima serie di emigranti italiani uccisi per razzismo."

L'assassino di Alfredo Zardini non è il muratore svizzero (che pensava, forse, di perdere il lavoro a causa della "concorrenza" degli immigrati) condannato a 18 mesi di carcere.
Non ha un volto preciso e può assumere tante sembianze:
il razzismo e il pregiudizio.

*

Riporto sotto la "Ballata per Alfredo Zardini": dedicata a tutti gli Alfredo Zardini del mondo.

*


O cara moglie, miei cari figlioli,
mi piange il cuore dovervi lasciare
vado in Svizzera lavoro a cercare
per dare a voi un migliore doman.

Non piangere cara, è questione di giorni,
da Zurigo Alfredo scriveva
mentre casa ogni giorno cercava
per i suoi cari avere con sé.

Ed ogni sera stringeva al suo petto
della moglie e dei figli il ritratto
per trovare la forza e il coraggio
di sopportare gli insulti stranier.

E siete zingari, voialtri italiani,
sentiva dirsi da gente straniera,
siete randagi in cerca di pane!
Venne trattato come un cane.

Ed una sera in un bar di Zurigo
contro di Alfredo la furia razzista
si scatenò con violenza mai vista
e fino a sangue pestato ne fu.

E in abbandono lasciato morire
da quei vili e crudeli assassini
che disonorano i cittadini
e i sentimenti dell'umanità!

Ed ora Attilio in Italia è tornato
dentro una bara col biglietto pagato
da quel governo che lo ha insultato
maltrattato e fatto ammazzar.

Le tradizioni tu, Svizzera, offendi
della onesta e laboriosa gente,
perciò tu piangi. Vergognati! Ripara!
Sennò domani prepara la tua bara!

C'è ogni giorno un treno alla stazione
che per l'inferno ha la destinazione
dell'emigrante questa è la sorte:
va in cerca di lavoro e trova la morte.
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giovedì, 26 giugno 2008

INTOLLERANZE


è un po' di tempo che non posto nulla.
comunque un girettino tra i blog lo faccio sempre.
vi segnalo alcuni post (clicca qui e qua).

sono testimonianze dell'aria greve che si respira.
aria di intolleranza.
forse intolleranza è solo un eufemismo.

paure che alimentano paure.
fobie che alimentano fobie.
ostilità che alimentano ostilità.

***

un altro scritto trovato nei giorni scorsi in rete che riporto sotto.
se le classificazioni, categorie, etc che riguardano gli esseri umani ("extracomunitario", "clandestino", etc.) suscitano dubbi, perplessità... a maggior ragione fanno riflettere le schedature di cittadini italiani su base etnica.
è preoccupante...


*



SCHEDATI PER ESSERE NATI ROM


Testo della lettera di Giorgio Bezzecchi ( Rom-medaglia d'oro al valor
civico):

Prossimo intervento differenziale per cittadini Italiani( censimento
fotografico e schedatura-Polizia), domani mattina, presso il campo
comunale di via Impastato a Milano (famiglie Bezzechi).

Sono passati sessant'anni dalla promulgazione delle leggi razziali e
dalla pubblicazione della rivista "La difesa della razza"di Guido
Landra e dei primi rastrellamenti che sfociarono dopo un breve periodo
di tempo in un ordine esplicito di "internamento degli zingari italiani"
in campi di concentramento (Circ.Bocchini 27/04/41),quei "campi del
Duce" di cui in Italia si è preferito perdere la memoria.

"RICORDARE PER NON DIMENTICARE"

Sono passati sessant'anni ,ma le preoccupazioni,la percezione del
pericolo, I PROVVEDIMENTI PUBBLICI SONO GLI STESSI DI OGGI.

E'agghiacciante quello che sta avvenendo oggi sotto i nostri occhi, a
Milano.

Rimanere in SILENZIO oggi vuol dire essere responsabili dei disastri
di domani.

NESSUNA collaborazione di Enti o Associazioni è giustificata (
VERGOGNA)........

Mi appello alla società civile,chiedo un sostegno per le comunità di
rom e sinti Milanesi.............voci dal silenzio........

Ricordo che domani sarà schedato anche mio padre,CITTADINO ITALIANO,
che ha patito la persecuzione nazifascista con l'internamento in campo
concentrazionale italiano (Tossicia).................mio nonno
deportato a Birkenau e uscito dal camino................VERGOGNA

MI VERGOGNO,IN QUESTO MOMENTO, DI ESSRE CITTADINO ITALIANO E
CRISTIANO.................

Chiedo in questo momento tragico per la democrazia e la cultura a
Milano ed in Italia ,di URLARE il proprio dissenso per questa politica
razzista,incivile
e becera.

RICORDO E NON DIMENTICO che oggi siamo noi e
domani..............................

Milano,05/06/2008

Rag. Giorgio Bezzecchi ( Rom-medaglia d'oro al valor civico)

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martedì, 03 giugno 2008

LE BUCHE "PRODUTTIVE"


Riporto sotto un altro stralcio tratto da "La vita agra" di Luciano Bianciardi. Questo "toscanaccio" in terra di "Longobardia",  la punta più avanzata del miracolo economico degli anni '60,  sa ritrarre in maniera  mirabile gli avvenimenti del suo tempo.
Le sue considerazioni e i suoi commenti, purtroppo, non sono anacronistici.

"Dal portone di casa mia all'edicola, dicevo, ci sono due passaggi zebrati pericolosi. Ogni mattina in piazza c'è l'incidente stradale, due auto ferme muso contro muso, i guidatori in piedi a urlare, se uno non è già morto, e un capannello di gente sul marciapiede che sta a guardare. Intanto sono arrivati gli operai coi picconi e scavano la fossa. Scamiciati, col muso duro e rossiccio, danno di piccone sull'asfalto, e se poi la massicciata è troppo dura, arrivano altri col martello perforatore, ci premono sopra con tutto il corpo e vibrano dai piedi alla testa; vibra anche l'aria attorno a loro.

Aperta la buca, se ne vanno. Il giorno dopo altri operai provvedono a rimettere a posto la terra scavata, che risulta sempre troppa e fa montarozzo, sicché bisogna far venire il rullo compressore a schiacciarla, e poi un'altra macchina a stendere altro asfalto, bitume e ghiaino. Gli scavatori intanto si sono spostati un poco più in là, sempre sul marciapiede, e scavano una fossa nuova, che sarà riempita puntualmente il giorno dopo.

Nessuno ha mai saputo perché facciano queste fosse. Non è che poi ci sotterrino i morti del settimanale incidente d'auto gravissimo, ad ammonimento per gli incauti, e nemmeno vanno a cerca di reliquie, di ruderi, di tartufi, di minerali. Sotto l'asfalto, sotto la massicciata, trovano terra e soltanto terra, da rimettere in sito ogni volta, eppure scavano, e la gente non protesta per l'incomodo, né per il fragore dei martelli vibratili. La gente protesta semmai se nella casa di fronte tengono il grammofono troppo alto e arrivano a cascata le note di Vivaldi.

Per i rumori lavorativi c'è rispetto sommo, invece, e in quel dissennato scavare tutti vedono il segno del progresso. Anche perché non hanno scordato di quando, tre anni or sono, vennero in piazza con le macchine pesanti e aprirono una buca vasta come un cratere, che si riempì subito dell'acqua d'una fogna sfiancata, e ci galleggiavano tavoloni, carriole, gatti morti. Non s'era mai visto nella zona scavo più grande e più drammatico, e tutti stavano a guardare con ammirazione, fino al giorno in cui riempirono il cratere e ci misero sopra, a coperchio, una tettoia di plastica azzurra, tutta a guglie puntute come una pagoda. Che cosa ci sia sotto nessuno l'ha mai capito bene, ma intanto, dicono, ci ha lavorato un branco di gente, e come si sa il lavoro fa circolare la grana, l'operaio spende i dané e se ne avvantaggiano tutti."

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martedì, 03 giugno 2008

VERRA' ABOLITA L'ICI, MA...


Il nuovo decreto fiscale (per assicurare l'abolizione dell'ici sulla prima casa) prevede il taglio di alcune spese tra cui il fondo anti violenza per le donne e il fondo per l'inclusione sociale degli immigrati -
http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/economia/conti-pubblici-70/decreto-fiscale/decreto-fiscale.html

Certo, c'era una "promessa elettorale" (non entro nel merito!) da mantenere, ma a quale prezzo?
Credo che eliminare quelle "iniziative" di sostegno, invece che rafforzarle, aumenti il senso di isolamento.
Sapere che se si subisce una violenza (aggiungerei anche - se si sta "male", se si ha un evento luttuoso...) non si è lasciati soli,  aumenta il sentirsi parte di una collettività.

C'è una tendenza a semplificare più che ad affrontare i problemi.
Per es. per la cosidetta "questione sicurezza" è piu facile colpire i rom o gli immigrati (http://carta.org/campagne/migranti/14111) che affrontare il problema delle organizzazioni criminali (camorra, mafia...).
Si pensa più a uno stato forte e repressivo piuttosto che a uno stato che possa prevenire il disagio.
Molti esponenti del volontariato sostengono, per es.,  che per l'integrazione dei rom sia molto importante la figura del mediatore culturale, dell' educatore di strada. Una figura che medi in qualche modo presso il datore di lavoro e le istituzioni. Chiaramente servono risorse per formare queste figure professionali...ma forse qualcuno preferisce impiegarle  per  "controllare"  i rom !

Alcune considerazioni interessanti riguardo all'allarme sociale intorno ai rom, le ho lette in un post di un blog curato da Milena Magnani (scrittrice ed educatrice) - http://www.feltrinellieditore.it/BlogItem?item_id=2709

Riporto sotto,  per concludere, alcuni versi che "rubo" dal post che ho citato sopra.

*

Voglio piangere perchè ne ho voglia
come piangono i bambini dell’ultimo banco,
perché non sono né un uomo né un poeta né una foglia,
ma un polso ferito che tocca le cose dall’altro lato.

(Garcia Lorca “ Poeta a New York”)


p.s. segnalo altri due scritti: 
un post interessante (sempre partendo dall'abolizione dell'ici...)
http://sapervedere.splinder.com/post/17308358/E+l%27ICI+chi+lo+paga+adesso%3F
e la lettera di una ricercatrice  italiana, ora in Inghilterra, al presidente della repubblica
http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/sicurezza-politica-6/lettera-ricercatrice/lettera-ricercatrice.html
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categoria: polemiche, notizie, attualitĂ 


mercoledì, 28 maggio 2008

IL MIO FUNERALE

In questo mese di maggio, l'attore Alessandro Benvenuti sta leggendo  per la trasmissione radiofonica  "Ad alta voce"  - http://www.radio.rai.it/radio3/terzo_anello/
alta_voce/archivio_2008/eventi/2008_05_02_lavitaagra/index.cfm
- "La
vita agra" di Luciano Bianciardi, scrittore e traduttore, ultimamente giustamente riconsiderato.
Bianciardi descrive in maniera graffiante una Milano durante il boom economico degli anni 60.
Una serie di immagini, anche esilaranti, raccontano la vita quotidiana sotto la torre del pirellone.
Riporto sotto uno stralcio, spassoso e amaro nello stesso tempo,  tratto dal libro.


***


"Io, lo giuro, non ho paura della morte, ma l'agonia sì, mi fa paura, specialmente quando dura anni, e ti mozza il lavoro, e tu stai male, avresti bisogno di riposarti e di guarire, e invece continuano a tafanarti i padroni di casa, i letturisti della luce, Mara con la comunione e le palline del bimbo, le tasse, i rappresentanti di commercio, i datori di lavoro, i medici, i farmacisti, le cambiali, gli esattori dell'abbigliamento. L'agonia continua fino a che a tutti costoro sembri che ci sia il modo di levarti di corpo qualcosa ancora, e fino a che tu abbia la forza di continuare. Poi lasciano che tu muoia.
È per questo che il viso dell'agonizzante ci si mostra sempre così terreo e stravolto: sta lottando, non contro la morte ma contro la vita, perché pensa e si arrabatta di trovare i soldi per pagare il prossimo. Poi, appena morto, lo vedete distendersi, riposare, e sorridere ironico. Ora - così par che dica - arnvederci a tutti e sotto voialtri, io stavolta vado in pensione sul serio. Pagateli voi, i conti, e non i vostri soltanto, ma anche i miei, per la cassa, il trasporto, la buca al cimitero. E sorride.
Anzi, mi ha spiegato un amico mio di Roma (ciò che di solito viene nascosto ai più perché, dicono, la morte è solenne e va rispettata e certe cose è meglio non raccontarle in giro) mi ha spiegato questo amico mio di Roma che un sei sette ore dopo la morte c'è la defecatio post mortem, cioè a dire il morto, quando è morto davvero, se fa 'na bella cagata, nel letto, in modo da cominciare a puzzare prima ancora che si sia avviata la normale putrefazione. E sorride, perché quella evacuazione non è per niente automatica e inconsapevole, secondo me. Il morto lo sa, di andare contro a tutte le regole del ben vivere, si sta beffando dei congiunti, degli amici, delle pie donne. È la sua prima vendetta contro il suo prossimo.
Poi c'è ben altro, perché arrivano i preti. Non si sono mai visti sin allora, né a farti pentire dei tuoi peccati, né a consolarti delle tue pene, ma appena sei morto arrivano perché a loro preme la tua anima, e nel bilancio della loro camera conta il numero delle anime salvate appena morto il corpo.
E i tuoi congiunti laici anche col prete se la debbono vedere, gli devono spiegare che tu sei sempre stato libero pensatore e miscredente e bestemmiatore, e che quindi non vuoi né la benedizione né l'assoluzione né il crocione davanti al carro né gli orfanelli dietro. E loro invece eccoli lì a discutere, ostinati e tenaci come in vita eran stati con te i venditori d'ogni livello.
Loro appunto vogliono venderti l'uffizio funebre, ma stavolta non tocca a te rintuzzarli: tocca ai congiunti, agli amici, alle pie donne. Tocca a loro, insieme al dolore della dipartita e ai soldi da pagare e ai pensieri per la traslazione della salma, anche quest'altra grana di far fronte alla pietà cristiana.
E tu stai lì, tranquillo, senza sentire niente, senza dovere far niente, perché ormai tocca tutto agli altri. Ecco perché sorridi. La mia paura, quando penso alla morte, semmai è un'altra.
Io li ho visti come sono fatti, gli ascensori di casa mia, il padronale e quello di servizio. Le porticine le hanno studiate apposta perché non ci entrino carichi ingombranti. Uno e novanta di altezza, ottanta di larghezza, e io l'ho controllato, una cassa da morto non ci va, comunque tu la rigiri. E nemmeno c'è da pensare che riescano a portarla a spalla giù per le scale, perché le scale sono a rampa stretta, per risparmiare spazio, e a tetto basso.
Così io non ho ancora capito come fanno a portare giù il morto incassato, quando c'è un lutto ai piani alti di via Meneghino 2, il mio indirizzo. In ascensore non lo portano di certo, perché le misure sono quelle, e nemmeno per le scale. Quindi o calano la bara dalla finestra con un paranco, oppure giù negli scantinati ci dev'essere una camera - come dire? - moribondaria, e lì portano i malati senza più speranza, con un cappotto buttato sulle spalle, sopra al camicione da notte, per farceli morire e poi averli comodi a piano di strada per quando arriva il carro.
A me dispiacerebbe morire negli scantinati, in quel tanfo di nafta e di gatto, magari senza nemmeno un letto per farci la defecatio post mortem, e attendere lì legato a una sedia, a occhi chiusi, scomodo, che arrivino i becchini. Voglio morire tranquillo, e voglio anche un funerale solenne.
Ho già scritto nel testamento chi ci voglio, a marciare da casa mia fino al cimitero, quando mi toccherà. Perché disapprovo quel che vedo fare dagli altri in questi casi, cioè non mi va il furgone automobile con le colonnine e i drappeggi neri, progettato non so da chi, metà per il morto davanti e metà per i congiunti dietro, tutti sulla stessa vettura, e la targhetta che precisa: « Posti sei per i dolenti». Sei appena, gli altri hanno due o tre autobus, per seguire a corsa il feretro nel traffico astioso della città, e portare velocemente le corone al camposanto.
No, io voglio un funerale all'antica, e l'ho scritto nel testamento, un funerale laico, ma d'una certa solennità.
Laico, ma tradizionale. Non ci voglio i preti, ma gli ex preti ce li voglio, ci voglio quelli che hanno buttato la tonaca alle ortiche e si sono fatti comunisti, pur restando preti nell'animo. Ne voglio quattro, di questi preti spretati e togliattizzati, e poi voglio due cavalli neri col pennacchio in capo, due critici letterari a cassetta, ai quattro cordoni del carro ci voglio nell'ordine uno storico, un critico d'arte, un funzionario di casa editrice e un redattore di terza pagina.
Deve essere un bel funerale. Dietro venga chi voglia, tranne le segretariette secche. Loro no. Poi si scordino pure di me, ma il funerale lo esigo bello, solenne e, come ho detto sopra, laico. Perché troppi amici ho visto morire malamente, e peggio ancora essere accompagnati al camposanto.
"
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categoria: letteratura


domenica, 25 maggio 2008

LA MALATTIA DEL PAESE


Prima vennero per i comunisti,
e io non dissi nulla
perché non ero comunista.

Poi vennero per i socialdemocratici
io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico

Poi vennero per i sindacalisti,
e io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.

Poi vennero per gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.

Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.

(Martin Niemöller)


***

Oggi, ho fatto un giretto tra i blog:
una  "malattia del paese" (dal titolo di un articolo di Michele Serra) sta dilagando e  si rivela in vari modi: dalla maleducazione fino ad arrivare all'intolleranza nei confronti dei "diversi"...
Ho trovato diversi post, di cui riporto sotto i link,  che esprimono efficacemente questo punto.
Buona lettura.

***

http://www.gabrielederitis.it/?p=741
http://remobassini.wordpress.com/2008/05/25/brutto-tempo-qui/
http://cadavrexquis.typepad.com/cadavrexquis/2008/05/essere-italiani-non-mette-al-riparo-dallimbecillit%C3%A0.html


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domenica, 25 maggio 2008

L'ESTRANEO TRA DI NOI


Ho ascoltato e letto, in questi giorni, diverse cose che riguardano i rom.

*

Ho trovato interessante quanto ha trasmesso da "Fahrenheit" su radiotre il 22/05/08  - vedi http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=252058.

Si è parlato di una mostra (in questi giorni a Bologna) riguardante i pregiudizi nei confronti dei rom.

"La mostra, che ripercorre l’antigitanismo nella società italiana tra Ottocento e Novecento attraverso pagine di giornali, copertine di riviste, romanzi e libri per l'infanzia, fotografie, documenti scientifici e altro materiale...
...Lungi dal definire un'essenza della cultura Rom, rimanda piuttosto a un rapporto fra due entità egualmente costruite: il buon cittadino italiano e la sua controparte negativa, il nomade zingaro senza patria. In questo complesso gioco relazionale, i Rom diventano l'emblema del non cittadino, dello straniero interno, di cui non ci si può fidare, la cui sola presenza genera insofferenza e inquietudine e diventa essa stessa ingombrante e da eliminare
"
http://marginaliavincenzaperilli.blogspot.com/2008/05/lestraneo-tra-noi-la-figura-dello.html

Nel momento in cui si forma la figura dell' "italiano", lo zingaro diventa l'antitipo del buon italiano, la figura da combattere, con tutti i pregiudizi connessi ( rapiscono bambini, diffondono malattie, ...).
La figura dello zingaro esercita anche una seduzione: rappresenta la libertà (perchè rifiuta il lavoro subordinato, in un'epoca in cui iniziava lo sfruttamento nelle fabbriche, e perchè è una figura che rimanda alla natura, alla passione...)

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Continuo la "miscellanea" sui rom: riporto sotto una notizia riguardante il presunto rapimento di Ponticelli (che ha scatenato la "tempesta" mediatica...) e il testo di una canzone del gruppo dei "Gang" ("Johnny Lo Zingaro",  tratta da un vecchio album del 1991,  "Le Radici e Le Ali")


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"Il Gruppo EveryOne ha concluso la prima fase delle le proprie indagini relative alla presunta rapitrice di Ponticelli.
Oltre alla conferma che si tratta di una montatura, Angelica è risultata essere una giovane slava e non una Romnì. Non è la prima volta che reati commessi da altre etnie [ma nel caso di Angelica si conferma anche la sua estraneità ai fatti delittuosi che le sono stati attribuiti] vengono addossati ai Rom al fine di giustificarne la persecuzione.
Il caso di Angelica, ragazza Rom accusata del tentato rapimento di una bambina di sei mesi avvenuto a Napoli, nel quartiere Ponticelli, è una montatura.
"
http://carta.org/campagne/migranti/14008


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GANG - JOHNNY LO ZINGARO

Johnny lo zingaro
scarpe di serpente
con il suo sguardo lontano.
Virna la bruna
cuore di vetro
sette anelli d’oro scuro per mano
li hanno visti
sparare alla luna
verso l’alba
in quel vecchio luna park
la dove il vento piega le spade
dove i cani disegnano le strade
Venderà cara la pelle
Johnny non si arrederà
senza tetto né patria né stelle
né donna né casa né terra
lo catturerà
Tracce di sangue
gomme di fuoco
urlano le sirene.
Presero Johnny
e Virna la bruna
c’è chi li vide in catene.
Tutta la notte
dentro in questura
con la mascella spezzata
e poi il mattino
dentro in pretura
vent’anni come una pisciata.
Venderà cara la pelle
Johnny non si arrenderà
né finestre né mura né celle
mai potranno fermare
la sua libertà.
Venderà cara la pelle
Johnny non si arrenderà
senza tetto né legge né stelle
né donna né casa né terra
lo catturerà.
Io sono un ladro
e ho imparato a rubare
come ho imparato a suonare
io sono un ladro
e ho imparato a rubare
come mio nonno e mio padre
io sono un ladro
e non un assassino
e dell’inferno ho paura
non è la legge
dei Gages e dei giusti
che chiuderà l’avventura.
Venderà cara la pelle
Johnny non si arrenderà
senza tetto né legge né stelle
né uomo né donna né vento
lo raggiungerà
E venne la morte
con i denti d’argento
e prese Irma per mano
entrò nel letto
nel bianco silenzio
nel rosso del ventre gitano.


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in rete si può ascoltare una versione di "Johnny Lo Zingaro" cantata da Massimo Bubola (coautore)      -     http://www.youtube.com/watch?v=5x0RmpjiPBA
postato da izio1968 alle ore 14:49 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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